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. Antichi Stati ~ Former Countries

. Repubblica Sociale Italiana ~ R.S.I.


28/1/1944 - 29/4/1945 bandiera da guerra




23/9/1943 - 29/4/1945 bandiera di Stato

 


bandiera della R.S.I. 1943 - 1945



stemma della R.S.I.     





bandiere della Guardia Nazionale Repubblicana



fiamma della R.S.I.



bandiera del Partito Fascista Repubblicano

 

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Cronologia


Capo di Stato, di Governo e Ministro degli Esteri 1943/1945
Plenipotenziario tedesco 1943/1945
Comandanti in Capo tedeschi della Zona Militare del Sudovest 1943/1945
Comandante del Gruppo di Armate B 1943/1945
Ambasciatori tedeschi 1943/1945
Plenipotenziario e Alto Capo della SS e Capo della Polizia 1943/1945
Capo dell'Amministrazione Militare 1943/1945

Ministri dell'Interno 1943/1945

Sottosegretari di Stato agli Affari Esteri 1943/1945
Ministro delle Difesa (dal 1944 delle Forze Armate) 1943/1945
Sottosegretario di Stato per l'Esercito 1944/1945
Sottosegretari di Stato per la Marina 1943/1945
Sottosegretari di Stato per l'Aeronautica 1943/1945

Ministri della Giustizia 1943/1945
Ministro degli Scambi e Valute (Finanze) 1943/1945
Ministri dell' Economia Corporativa 1943/1945
Ministro dei Lavori Pubblici 1943/1945
Ministro delle Comunicazioni 1943/1945
Ministro del Lavoro 1945
Ministro della Educazione Nazionale 1943/1945
Ministro della Cultura Popolare 1943/1945

Segretario Nazionale del P.F.R. 1943/1945

Riunioni del Governo
Il Governo della RSI

Discorsi
Mussolini da Radio Monaco il 18/9/1943

Mussolini al Lirico di Milano nel dicembre 1944

I 18 Punti di Verona

 

Costituzione della Repubblica

 

 

Inno Nazionale (testo)   "Giovinezza"  (The Youth) 

italiano
inglese

Salve o popolo di eroi,
salve o Patria immortale,
son rinati i figli tuoi
con la fe' nell'ideale.
Il valor dei tuoi guerrieri,
la virtù dei pionieri,
la vision dell'Atighieri,
oggi brilla in tutti i cuor.

CHORUS:
Giovinezza, Giovinezza,
Primavera di bellezza,
della vita nell'asprezza
il tuo canto squilla e va!
Per Benito Mussolini,
Eja eja alalà per la nostra Patria bella,
Eja eja alalà
Nell'Italia nei confini,
son rifatti gli Italiani,
li ha rifatti Mussolini
per la guerra di domani.
Per la gloria del lavoro,
per la pace e per l'alloro,
per la gogna di coloro
che la Patria rinnegar.

CHORUS

I poeti e gli artigiani,
i signori e i contadini,
con orgoglio d'Italiani
giuran fede a Mussolini.
Non v'era quartiere,
che non mandi le sue schiere,
che non spieghi le bandiere
del Fascismo redentor.

CHORUS

english:

Hail, people of heroes,
hail, immortal Motherland,
your sons were born again
with faith in the ideal.
Your warriors' valour,
your pioneers' virtue,
Atighieri's vision,
today shines in every heart.

CHORUS:
Youth, Youth,
Spring of beauty,
your song of life
rings and goes through sorrows!
For Benito Mussolini,
Eja eja alalà For our beautiful Motherland,
Eja eja alalà In the Italian borders,
Italians have been remade,
Mussolini has remade them
for tomorrow's war.
For the glory of work,
for peace and for bay,
for the pillory of those
who repudiated our Motherland.

CHORUS

The poets and the artisans,
the lords and the countrymen,
with Italian pride
trust Mussolini.
There's not any poor quarter,
which does not send its ranks,
which does not unfurl the flags
redeemer of Fascism.   
                         

Le pagine di Portale Storia dedicate al Fascismo vogliono ricordare alle generazioni cresciute dopo la seconda guerra mondiale che gli errori di un passato non molto lontano devono essere conosciuti soprattutto divulgandoli sulla rete perchè l'oblio è la peggiore medicina

del futuro. (Editore)

 

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Cronologia


Capo di Stato, di Governo e Ministro degli Esteri 1943/1945

bandiera del capo del governo 



bandiera del Duce del Fascismo

Benito Amilcare Andrea Mussolini

23/9/1943

28/4/1945


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Plenipotenziario tedesco e ambasciatore 1943/1945
General Bevolmächtigter und Botschafter in Italien

23/9/1943 28/4/1945 Rudolf Rahn

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Comandanti in Capo tedeschi della Zona di Guerra del Sud Ovest 1943/1945

8 Sep 1943

 20 Nov 1943

 Erwin Johannes Eugen Rommel
Image  : Erwin Johannes Eugen Rommel


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Comandante del Gruppo di Armate B (Befehlhaber Heeresgruppe B)
1943/1945

8 Sep 1943

 9 Mar 1945

 Albert Kesselring (associato a Rommel)
image 1

10 Mar 1945

 30 Apr 1945

 Heinrich Gottfried von Vietinghoff Scheel

30 Apr 1945

.

 Hans Röttiger (acting)

30 Apr 1945

 2 May 1945

Friedrich "Fritz" Schulz (deposto dal generale Wolff dopo il suo rifiuto di arrendersi agli alleati)


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Ambasciatori tedeschi 1932/1945

Ulrich von Hassell
1932 1938
Hans Georg von Mackensen
1938 1943
Rudolf Rahn (presso la R.S.I.)
1943 1945

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Plenipotenziario e Alto Capo della SS e Capo della Polizia 1943/1945
Bevolmächtigter und Höchster S.S. and Polizeiführer

1943

 1945

 Karl Wolff


up  

Capo dell'Amministrazione Militare 1943/1945
Leiter der Militärverwaltung

1943

 1945

 Karl Otto Gustav Wächler


up  

Sottosegretari di Stato agli Affari Esteri 1943/1945

1943

 1945

 Serafino Mazzolini

1945

.

 Filippo Anfuso


up 
 

Ministro delle Difesa (dal 1944 delle Forze Armate) 1943/1945

1943

 1945

 Rodolfo Graziani

 


up 
 

Sottosegretario di Stato per l'Esercito 1944/1945

1944

 1945

 Carlo Emanuele Basile


up  

Sottosegretari di Stato per la Marina 1943/1945

1943

.

 Antonio Legnani

1943

 1944

 Ferruccio Ferrini

1944

 1945

 Giuseppe Sparzani

1945

.

 Bruno Gemelli


up 
 

Sottosegretari di Stato per l'Aeronautica 1943/1945

1943

 1944

 Ernesto Botto

1944

.

 Arrigo Tessari

1944

.

 Manlio Molfese

1944

 1945

 Ruggero Bonomi


up  

Ministri dell'Interno 1943/1945

1943

 1945

 Guido Buffarini Guidi

1945

.

 Valerio Zerbino


up 
 

Ministri della Giustizia 1943/1945

1943

.

 Antonino Tringali Casanova

1943

 1945

 Pietro Pisenti


up 
 

Ministro degli Scambi e Valute (Finanze) 1943/1945

1943

 1945

 Domenico Pellegrini-Giampietro


up  


Ministri dell' Economia Corporativa 1943/1945
(dal 1945 della Produzione Industriale)

1943

.

 Silvio Gai

1943

 1945

 Angelo Tarchi


up  

Ministro dei Lavori Pubblici 1943/1945

1943

 1945

 Ruggero Romano


up  


Ministro delle Comunicazioni 1943/1945

1943

 1945

 Augusto Liverani

up
  

Ministro del Lavoro 1945

1945

.

 Giuseppe Spinelli


up  

Ministro della Educazione Nazionale 1943/1945

1943

 1945

 Carlo Alberto Biggini


up  

Ministro della Cultura Popolare 1943/1945

1943

 1945

 Fernando Mezzasoma


up
  

Segretario Nazionale del P.F.R. 1943/1945

1943

 1945

 Alessandro Pavolini

 

up 


I 18 Punti di Verona


Premessa
Il primo rapporto nazionale del partito fascista repubblicano leva il pensiero ai caduti del fascismo repubblicano, sui fronti di guerra, nelle foibe dell’Istria e della Dalmazia, che si aggiungono alla schiera dei martiri della rivoluzione, alle falangi di tutti i morti per l’Italia; addita nella continuazione delle Forze Armate destinate ad operare accanto ai valorosi soldati del Fuhrer, le mete che sovrastano qualunque altra di importanza ed urgenza; prende atto dei decreti istitutivi dei Tribunali straordinari nei quali gli uomini del partito porteranno intransigente volontà ed esemplare giustizia, e ispirandosi alle fonti e alle realizzazioni mussoliniane, enuncia le seguenti direttive programmatiche per l’azione del partito.


In materia costituzionale interna

1 - Sia convocata la Costituente, potere sovrano di origine popolare, che dichiari la decadenza della Monarchia, condanni solennemente l’ultino Re traditore e fuggiasco, proclami la Repubblica Sociale e ne nomini il Capo.

2 - La Costituente sia composta dai rappresentanti delle provincie invase attraverso le delegazioni degli sfollati e dei rifugiati sul suolo libero.
Comprenda altresì le rappresentanze dei combattenti; quelle dei prigionieri di guerra, attraverso i rimpatriati per minorazione; quelle degli italiani all’estero; quelle della Magistratura, delle Università e di ogni altro Corpo o Istituto la cui partecipazione contribuisca a fare della Costituente la sintesi di tutti i valori della Nazione.

3 - La Costituente repubblicana dovrà assicurare al cittadino - soldato, lavoratore e contribuente - il diritto di controllo e di responsabile critica sugli atti della pubblica amministrazione.
Ogni cinque anni il cittadino sarà chiamato a pronunziarsi sulla nomina del Capo della Repubblica.
Nessun cittadino, arrestato in flagrante, o fermato per misure preventive, potrà essere trattenuto oltre i sette giorni senza un ordine della autorità giudiziaria. Tranne il caso di flagranza, anche per perquisizioni domiciliari occorrerà un ordine dell’autorità giudiziaria.
Nell’esercizio delle sue funzioni la Magistratura agirà con piena indipendenza.

4 - La negativa esperienza elettorale già fatta dall’Italia e l’esperienza parzialmente negativa di un metodo di nomina troppo rigidamente gerarchico contribuiscono entrambe ad una soluzione che concilii le opposte esigenze. Un sistema misto (ad esempio, elezione popolare dei rappresentanti alla Camera e nomina dei Ministri per parte del Capo della Repubblica e del Governo, e nel Partito, elezione di Fascio salvo ratifica e nomina del Direttorio nazionale per parte del Duce) sembra il più consigliabile.

5 - L’organizzazione a cui compete l’educazione del popolo ai problemi politici è unica.
Nel Partito, ordine di combattenti e di credenti, deve realizzarsi un organismo di assoluta purezza politica, degno di essere il custode dell’idea rivoluzionaria.
La sua tessera non è richiesta per alcun impiego od incarico.

6 - La religione della Repubblica è la cattolica apostolica romana. Ogni altro culto che non contrasti alle leggi è rispettato.

7 - Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica.


In politica estera
8 - Fine essenziale della politica estera della Repubblica dovrà essere l’unità, l’indipendenza, l’integrità territoriale della Patria nei termini marittimi ed alpini segnati dalla natura, dal sacrificio di sangue e dalla storia, termini minacciati dal nemico con l’invasione e con le promesse ai Governi rifugiati a Londra. Altro fine essenziale consisterà nel far riconoscere la necessità degli spazi vitali indispensabili ad un popolo di 45 milioni di abitanti sopra una area insufficiente a nutrirli.
Tale politica si adopererà inoltre per la realizzazione di una comunità europea, con la federazione di tutte le Nazioni che accettino i seguenti principi fondamentali:
a) eliminazione dei secolari intrighi britannici dal nostro Continente;
b) abolizione del sistema capitalistico interno e lotta contro le plutocrazie monsiali;
c) valorizzazione, a beneficio dei popoli europei e di quelli autoctoni, delle risorse naturali dell’Africa, nel rispetto assoluto di quei popoli, in ispecie musulmani, che, come l’Egitto, sono già civilmente e nazionalmente organizzati.


In materia sociale

9 - Base della Repubblica Sociale e suo oggetto primario è il lavoro, manuale, tecnico, intellettuale, in ogni sua manifestazione.

10 - La proprietà privata, frutto del lavoro e del risparmio individuale, integrazione della personalità umana, è garantita dallo Stato.Essa non deve però diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini, attraverso lo sfruttamento del loro lavoro.

11 - Nell’economia nazionale tutto ciò che per dimensioni o funzioni esce dall’interesse singolo per entrare nell’interesse collettivo, appartiene alla sfera di azione che è propria dello Stato.
I pubblici servizi, e di regola, le fabbricazioni belliche debbono venire gestiti dallo Stato a mezzo di Enti parastatali.

12 - In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai coopereranno intimamente - attraverso una conoscenza diretta della gestione - all’equa ripartizione degli utili tra il fondo di riserva, il frutto al capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi per parte dei lavoratori.
In alcune imprese ciò potrà avvenire con una estensione delle prerogative delle attuali Commissioni di fabbrica. In altre, sostituendo i Consigli di amministrazione con Consigli di gestione composti da tecnici e da operai con un rappresentante dello Stato. In altre, ancora, in forma di cooperativa parasindacale.

13 - Nell’agricoltura, l’iniziativa privata del proprietario trova il suo limite là dove l’iniziativa stessa viene a mancare. L’esproprio delle terre incolta e delle aziende mal gestite può portare alla lottizzazione fra braccianti da trasformare in coltivatori diretti, o alla costituzione di aziende cooperative, parasindacali, o parastatali, a seconda delle varie esigenze dell’economia agricola.
Ciò è del resto previsto dalle leggi vigenti, alla cui applicazione il Partito e le organizzazioni sindacali stanno imprimendo l’impulso necessario.

14 - E’ pienamente riconosciuto ai coltivatori diretti, agli artigiani, ai professionisti, agli artisti il diritto di esplicare le proprie attività produttive individualmente, per famiglie o per nuclei, salvo gli obblighi di consegnare agli ammassi la quantità di prodotti stabiliti dalla legge o di sottoporre a controllo le tariffe delle prestazioni.

15 - Quello della casa non è soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla proprietà. Il Partito iscrive nel suo programma la creazione di un Ente nazionale per la casa del popolo, il quale, assorbendo lo Istituto esistente e ampliandone al massimo l’azione, provveda a fornire in proprietà la casa alle famiglie dei lavoratori di ogni categoria, mediante diretta costruzione di nuove abitazioni o graduale riscatto delle esistenti. In proposito è da affermare il principio generale che l’affitto - una volta rimborsato il capitale e pagatone il giusto frutto - costituisce titolo di acquisto.
Come primo compito, l’Ente risolverà i problemi derivanti dalle distruzioni di guerra, con requisizione e distribuzione di locali inutilizzati e con costruzioni provvisorie.

16 - Il lavoratore è iscritto d’autorità nel sindacato di categoria, senza che ciò gli impedisca di trasferirsi in altro sindacato quando ne abbia i requisiti. I sindacati convergono in una unica Confederazione che comprende tutti i lavoratori, i tecnici, i professionisti, con esclusione dei proprietari che non siano dirigenti o tecnici. Essa si denomina Confederazione generale del Lavoro, della Tecnica e delle Arti.
I dipendenti delle imprese industriali dello Stato e dei servizi pubblici formano sindacati di categoria, come ogni altro lavoratore.
Tutte le imponenti provvidenze sociali realizzate dal Regime fescista in un ventennio restano integre. La Carta del Lavoro ne costituisce nella sua lettera la consacrazione, così come costituisce nel suo spirito il punto di partenza per l’ulteriore cammino.

17 - In linea di attualità il Partito stima indilazionabile un adeguamento salariale per i lavoratori attraverso l’adozione di minimi nazionali e pronte revisioni locali, e più ancora per i piccoli e medi impiegati tanto statali che privati. Ma perché il provvedimento non riesca inefficace e alla fine dannoso per tutti occorre che con spacci cooperativi, spacci d’azienda, estensione dei compiti della “Provvida”, requisizione dei negozi colpevoli di infrazioni e loro gestione parastatale o cooperativa, si ottenga il risultato di pagare in viveri ai prezzi ufficiali una parte del salario. Solo così si contribuirà alla stabilità dei prezzi e della moneta e al risanamento del mercato. Quanto al mercato nero, si chiede che gli speculatori - al pari dei traditori e dei disfattisti - rientrino nella competenza dei Tribunali straordinari e siano passibili di pena di morte.

18 - Con questo preambolo alla Costituente il Partito dimostra non soltanto di andare verso il popolo, ma di stare col popolo.
Da parte sua, il popolo italiano deve rendersi conto che vi è per esso un solo modo di difendere le sue conquiste di ieri, oggi, domani : ributtare l’invasione schiavistica delle plutocrazie anglo-americane, la quale, per mille precisi segni, vuole rendere ancora più angusta e misera la vita degli italiani. V’è un solo modo di raggiungere tutte le mete sociali: combattere, lavorare, vincere.

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Riunioni di Governo

1943

23 settembre ore 14:
Roma (sede dell’ambasciata di Germania) sotto la presidenza di Pavolini  essendo assente il Duce

28 settembre:
Rocca delle Caminate sotto la presidenza di Mussolini

27 ottobre
24 novembre
16 dicembre


1944:
11 gennaio, 12 febbraio, 11 marzo, 18 aprile, 31 agosto, 18 Settembre, 12 ottobre, 15 novembre, 9 dicembre.

1945:
18 gennaio, 15 febbraio, 15 marzo, 16 aprile

 

Sedi del Governo:

Governo: Gargnano nella Villa Feltrinelli, residenza di Mussolini, fino al 18 novembre e nella Villa delle Orsoline, dove aveva sede il Quartier Generale, successivamente
Uffici della Presidenza del Consiglio: Bogliaco
Ministero dell’Economia Corporativa: Ponte di Brenta poi Bergamo e infine Milano
Ministero della Cultura Popolare: Salò, Venezia e Milano
Ministero dell’Interno: Maderno
Ministero degli Esteri: Salò
Ministero della Difesa (dal 6.1.44: Ministero delle FF.AA.): Desenzano (Gabinetto), a Soiano - Villa Omodeo (Ministero e Stato Maggiore), a Manerba (Segreteria Militare col Gen. Rosario Sorrentino), a Padenghe (Quartier Generale del Ministero col Colonnello Domenico Lanzetta)
Ministero della Giustizia: Cremona e poi Brescia
Ministero delle Finanze: Brescia
Ministero dell’Educazione Nazionale: Padova
Ministero dell’Agricoltura: Treviso e poi a San Pellegrino Terme
Ministero dei Lavori Pubblici: Venezia
Ministero delle Comunicazioni: Verona
Ministero del Lavoro: Milano
Sottosegretariato per l’Esercito: Asolo
Sottosegretariato per la Marina: Belluno, poi a Vicenza e infine Montecchio M.
Sottosegretariato per la Aeronautica: Bellagio e poi Milano



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Il Governo della R.S.I.:

Capo del Governo: Benito Mussolini

Sottosegretario alla Presidenza: Francesco Maria Barracu

Ministro degli Esteri: Benito Mussolini

Sottosegretario agli Esteri: Serafino Mazzolini
-29 settembre 1943: Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri
-7 marzo 1944: Sottosegretario di Stato del Ministero degli Affari Esteri fino alla sua morte avvenuta il 23 febbraio 1945
-19 marzo 1945: nomina di Filippo Anfuso
-10 ottobre 1943: Giovanni Dolfin Segretario Particolare del Duce

Ministro dell’Interno: Avv. Guido Buffarini Guidi
-23 ottobre 1944: nomina di Giorgio Pini a Sottosegretario agli Interni
-21 febbraio 1945: Mussolini destituisce Buffarini e nomina di Paolo Zerbino dal 7 maggio 1944 Sotto Segretario al Ministero dell’Interno e Alto Commissario per la provincia di Roma

Ministro della Difesa : Gen. Rodolfo Graziani
-Sottosegretario per la Marina:
Antonio Legnani  fino al 20 ottobre 1943, Cap. di Vasc. Ferruccio Ferrini dal 20/10/1943, dal 14/2/1944 dal Contramm. Giuseppe Sparzani, dal 21 febbraio 1945 T.Col. Bruno Gemelli
-Sottosegretario per l’Aeronautica
Carlo Botto fino al 7 marzo 1944, quindi dal Gen. Arrigo Tessari, dal 26/7/1944 il Col.Manlio Molfese, dal 26/11/1944 il Gen. Ruggero Bonomi
-Sottosegretari per l’Esercito (dal 6 gennaio 1944 Ministro delle Forze Armate)
Gen. Giglio Umberto, Gen. Ollearo Alfonso fino al 25.6.44, Col. Basile Carlo Emanuele dal 26.6.44 al 28.4.45.



Ministro delle Finanze: Domenico Pellegrini-Giampietro
anche fino al 9/10/1943 del Ministro per gli Scambi e le Valute assorbito dalle Finanze

Ministro della Giustizia: Avv.Antonino Tringali Casanova (alla cui morte il 4 novembre 1943 verrà sostituito il 7 da Piero Pisenti 


Ministro dell’Agricoltura e Foreste Dott. Edoardo Moroni
rinominato con Decr. Legisl. 19/1/45 n. 2 Ministero della produzione agricola e forestale


Ministro dell’Economia Corporativa (dal 15/1/1945 Ministero per la Produzione Industriale): Silvio Gai si dimetterà il 1/1/1944 sostituito da Angelo Tarchi

Ministro dell’Educazione Nazionale: Prof. Carlo Alberto Biggini

Ministro della Cultura Popolare: Dott. Fernando Mezzasoma
29 febbraio 1944: Alfredo Cucco Sottosegretario al Ministero della Cultura Popolare.


Ministro dei Lavori Pubblici: Avv. Ruggero Romano

Ministro per le Comunicazioni: Ing. Gaetano Peverelli
dal 5.10.43 Augusto Liverani.

Ministro del Lavoro Giuseppe Spinelli
rinominato dal 15 gennaio 1945 Ministero del Commissariato Nazionale del Lavoro

Segretario del P.F.R. : Alessandro Pavolini
solo per pochi giorni a gennaio 1944 Fulvio Balisti
30/10/1944: Vice-Segretari Bonini e Romualdi

Ministro di Stato: Renato Ricci dal 21 dicembre 1943 fino all'abolizione del ministero nel 1944



Sottosegretario ai Prezzi: Carlo Fabrizi dal 22/1/1945


Altri incarichi:

Capo della Polizia: Tullio Tamburini fino al 22 giugno 1944 poi Eugenio Cerutti e dal 6/10/1944 Renzo Montagna (Tamburini e Apollonio il 21 febbraio 1945 furono arrestati dai tedeschi e internati a Dachau ma si salvarono e non ebbero persecuzioni dagli antifascisti)

Vice-Capo della Polizia: Eugenio Apollonio

Presidente Associazione Combattenti: Bruno Gemelli

Presidente Associazione Mutilati: Carlo Borsani

Vice Segretario del Partito Olo Nunzi

 

Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale

Comandante Generale della

 

Capo di Stato Maggiore 

 

Luogotenente Generale

 

Console Generale


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Discorsi della RSI


Testo del discorso pronunciato da Mussolini da Radio Monaco il 18 settembre 1943

Camicie nere! Italiani e Italiane!

Dopo un lungo silenzio, ecco che nuovamente vi giunge la mia voce e sono sicuro che voi la riconoscerete; è la voce che vi ha chiamato a raccolta in momentii difficili e ha celebrato con voi le giornate trionfali della Patria.

Ho tardato qualche giorno prima di indirizzarmi a voi, perché dopo un periodo di isolamento morale, era necessario che riprendessi contatto col mondo.

La radio non ammette lunghi discorsi e per esser breve comincerò dal 25 luglio, giorno in cui si verificò la più incredibile di tutte le avventure della mia vita avventurosa.

Il colloquio col re a villa Savoia durò venti minuti, forse anche meno. Ogni discussione con lui era impossibile perché aveva già preso la sua decisione e il punto culminante della crisi era imminente. E’ già accaduto in tempo di pace come in tempo di guerra che un ministro sia congedato o che un comandante cada in disgrazia. Ma è un fatto unico nella storia che un uomo che per venti anni ha servito un re con lealtà assoluta, dico assoluta, sia fatto arrestare sulla soglia della casa privata di un re, sia stato costretto a salire su un’autoambulanza della Croce Rossa sotto il pretesto di salvarlo da una congiura e sia stato condotto a una velocità vertiginosa da una caserma di carabinieri all’altra.

Ebbi subito l’impressione che la protezione non era che un pretesto. Questa impressione si rafforzò quando da Roma fui condotto a Ponza e successivamente mi convinsi, attraverso le peregrinazioni da Ponza alla Maddalena e dalla Maddalena al Gran Sasso, che il piano progettato contemplava la consegna della mia persona al nemico. Avevo però la netta impressione, pure essendo completamente isolato dal mondo, che il Fuhrer non mi avrebbe abbandonato. Goering mi mandò un telegramma più che cameratesco, fraterno. Più tardi il Fuhrer mi fece pervenire una edizione veramente monumentale delle opere di Nietzsche. La parola fedeltà ha un significato profondo, inconfondibile, vorrei dire eterno nell’anima tedesca. E’ la parola che nel collettivo e nell’individuale riassume il mondo spirituale germanico.

Conosciute le condizioni dell’armistizio, non ebbi il minimo dubbio circa quanto si nascondeva nel testo dell’articolo dodici. Del resto un alto funzionario mi aveva detto: “Voi siete un ostaggio”. Nella notte dall’11 al 12 settembre feci sapere che i nemici non mi avrebbero avuto vivo nelle loro mani. C’era nell’aria limpida attorno all’imponente cima del monte una specie di aspettazione. Erano le 14 quando vidi atterrare il primo aliante; poi successivamente altri; poi squadre di uomini avanzarono verso il rifugio e vidi cessare ogni resistenza. Dalle guardie che mi custodivano nessun colpo partì. Tutto era durato cinque minuti. Questa impresa liberatrice, che rivela l’organizzazione e lo spirito di iniziativa e di decisione tedeschi, rimarrà memorabile nella storia della guerra e col tempo diventerà leggendaria.

Qui finisce il capitolo che potrebbe essere chiamato il mio dramma personale; ma esso è ben trascurabile episodio di fronte alla spaventosa tragedia in cui il Governo democratico, liberale, costituzionale del 25 luglio ha gettato l’intera nazione. L’inguaribile ottimismo di molti italiani, anche fascisti, non credette in un primo tempo che il Governo del 25 luglio avesse programmi così catastrofici nei confronti del Partito, del regime e della nazione.

Oggi, davanti alle rovine, davanti alla guerra che continua, noi spettatori, taluno vorrebbe sottilizzare per cercare formule di compromesso e attenuanti per quanto riguarda le responsabilità, e quindi continuare nell’equivoco. Essi sofisticano dinanzi al nuovo nome del Partito. Sono gli stessi pesi morti che hanno sempre ritardato la marcia del regime, che hanno sempre cercato di sabotarne le realizzazioni sociali e gli sviluppi sul piano nazionale e imperiale. Noi viceversa, mentre rivendichiamo le nostre responsabilità, vogliamo precisare quelle degli altri, a cominciare dal capo dello Stato, che, essendosi scoperto e non avendo abdicato, come la maggioranza degli italiani si attendeva, può e deve essere chiamato direttamente in causa.

E’ la sua dinastia che durante tutto il periodo della guerra, pure avendola il re dichiarata, è stata l’agente principale del disfattismo e della propaganda antitedesca. Il suo disinteresse circa l’andamento della guerra, le prudenti, non sempre prudenti, riserve mentali si prestavano a tutte le speculazioni del nemico, mentre l’erede, che pure aveva voluto assumere il comando delle Armate del sud, non è mai comparso sui campi di battaglia. Sono ora più che mai convinto che Casa Savoia ha voluto preparare, organizzare, anche nei minimi dettagli, il colpo di Stato, complice ed esecutore Badoglio, complici taluni generali imbelli e imboscati e taluni invigliacchiti elementi del fascismo. Non può esistere alcun dubbio che il re ha autorizzato, subito dopo la mia cattura, trattative per l’armistizio, trattative che forse erano già cominciate fra le dinastie di Roma e di Londra. E’ stato il re che ha consigliato i suoi complici di ingannare nel modo più miserabile la Germania, smentendo anche dopo la firma che trattative fossero in corso. E’ il complesso dinastico che ha preparato ed eseguito la demolizione del fascismo, che pure vent’anni fa lo aveva salvato, e creato l’impotente diversivo interno a base del ritorno allo Statuto del 1848 e alla libertà protetta dallo stato d’assedio.

Quanto alle condizioni dell’armistizio, che dovevano essere generose, sono fra le più dure che la storia ricordi. E’ il re che non ha fatto obiezioni per quanto riguardava la consegna della mia persona al nemico. E’ il re che ha col suo gesto, dettato dalla preoccupazione per l’avvenire della sua corona, creato per l’Italia una situazione di caos, di vergogna e di miseria, che si riasume nei seguenti termini: in tutti i continenti, dall’estrema Asia all’America, si sa che cosa significhi tener fede ai patti da parte di Casa Savoia. Gli stessi nemici, ora che abbiamo accettato la vergognosa capitolazione, non ci nascondono il loro disprezzo. Né potrebbe accadere diversamente.L’Inghilterra, ad esempio, che nessuno pensava di attaccare e specialmente il Fuhrer non pensava di farlo, è scesa in campo, secondo le affermazioni di Churchill, per la parola data alla Polonia.

D’ora innanzi può accadere che, specie nei rapporti privati, ogni italiano sia sospettato. Se tutto ciò portasse conseguenze solo su persone responsabili, il male non sarebbe grave; ma non bisogna farsi illusioni: esso deve essere scontato dal popolo italiano dal primo all’ultimo dei suoi cittadini.

Dopo l’onore compromesso, abbiamo perduto, oltre ai territori metropolitani occupati e saccheggiati dal nemico, anche, e forse per sempre, tutte le nostre posizioni adriatiche, ioniche, egee, francesi, che avevamo conquistato non senza sacrifici di sangue.

Il regio Esercito si è quasi ovunque rapidamente sbandato e niente è più umiliante che essere disarmati da un alleato tradito, fra lo scherno delle popolazioni locali. Questa umiliazioni deve essere stata soprattutto sanguinosa per quegli ufficiali e soldati che si erano battuti da valorosi accanto ai tedeschi in tanti campi di battaglia. Negli stessi cimiteri di Africa e di Russia, dove i soldati italiani e tedeschi riposano insieme dopo l’ultimo combattimento, deve essere stato sentito il peso di questa ignominia.

La regia Marina, costruita tutta durante il ventennio fascista, si è consegnata al nemico in quella Malta che costituiva e più ancora costituirà una minaccia permanente contro l’Italia e un caposaldo dell’imperialismo inglese nel Mediterraneo.

Solo l’Aviazione ha potuto salvare buona parte dei suoi materiali; ma anche essa è praticamente disorganizzata.

Queste sono le responsabilità indiscutibili, documentate anche dal Fuhrer, il quale ha narrato ora per ora l’inganno teso alla Germania, inganno rafforzato dai micidiali bombardamenti, che gli angloamericani, d’accordo con Badoglio, hanno continuato, malgrado la firma dell’armistizio, contro grandi e piccole città dell’Italia centrale.

Date queste condizioni, non è il regime che ha tradito la monarchia, ma è la monarchia che ha tradito il regime, anche se oggi è decaduta nella coscienza e nel cuore del popolo; ed è semplicemente assurdo supporre che ciò possa minimamente compromettere la compagine unitaria del popolo italiano. Quando una monarchia manca a quelli che sono i suoi compiti, essa perde ogni ragione di vita. Quanto alle tradizioni ce ne sono più di repubblicane che di monarchiche. Più che dai monarchici, la libertà e l’indipendenza dell’Italia furono volute dalla corrente repubblicana e dal suo più puro e grande apostolo Giuseppe Mazzini. Lo Stato che noi vogliamo instaurare sarà nazionale e sociale nel senso più alto della parola, sarà cioè fascista risalendo così alle nostre origini.

Nell’attesa che il movimento si sviluppi sino a diventare irresistibile, i nostri postulati sono i seguenti:

1 - Riprendere le armi a fianco della Germania, del Giappone e degli altri alleati. Solo il sangue può cancellare una pagfina così obbrobriosa nella storia della Patria.

2 - Preparare senza indugio la riorganizzazione delle nostre Forze Armate attorno alle formazioni della Milizia. Solo chi è animato da una fede e combatte per un’idea non misuta l’entità dei sacrifrici.

3 - Eliminare i traditori; in particolar modo quelli che sino alle ore 21,30 del 25 luglio militavano, talora da parecchi anni, nel Partito e sono passati nelle file del nemico.

4 - Annientare le plutocrazie parassitarie e fare del lavoro finalmente uil soggetto dell’economia e la base infrangibile dello Stato.

Camicie nere fedeli di tutta Italia !

Io vi chiamo nuovamente al lavoro e alle armi. L’esultanza del nemico per la capitolazione dell’Italia non significa che esso abbia già la vittoria nel pugno, poiché i due grandi imperi, Germania e Giappone, non capitoleranno mai.

Voi squadristi ricostituite i vostri battaglioni, che hanno compiuto eroiche gesta; voi giovani fascisti inquadratevi nelle divisioni che devono rinnovare sul suolo della patria le gloriose imprese di Bir-el-Gobi; voi aviatori tornate accanto ai camerati tedeschi, al vostro posto dimpilotaggio, per rendere vana e dura l’azione nemica sulle nostre città; voi donne fasciste riprendete la vostra opera di assistenza morale e materiale così necessaria al popolo.

Contadini, operai e piccoli impiegati !

Lo Stato che uscirà da questo immane travaglio sarà il vostro; come tale lo difenderete contro chiunque sogni ritorni impossibili.

La nostra volontà, il nostro coraggio, la nostra fede ridaranno all’Italia il suo volto, il suo avvenire, la sua possibilità di vita e il suo posto nel mondo. Più che una speranza, questa deve essere per voi tutti una suprema certezza.

Viva l’Italia ! Viva il Partito Fascista Repubblicano !


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L'ultimo discorso a dicembre 1944 al Teatro Lirico di Milano

Camerati, cari camerati milanesi, rinuncio ad ogni preambolo ed entro subito nel vivo della materia del mio discorso.

A sedici mesi di distanza dalla tremenda data della resa a discrezione imposta ed accettata secondo la democratica e criminale formula di Casablanca, la valutazione degli avvenimenti ci pone, ancora una volta, queste domande: Chi ha tradito ? Chi ha subito e subisce le conseguenze del tradimento ?

Non si tratta, intendiamoci bene, di un giudizio in sede di revisione storica e meno che mai, in qualsiasi guisa, giustificativo.

E’ stato tentato da qualche foglio neutrale, ma noi lo respingiamo nella maniera più categorica e per la sostanza e in secondo luogo per la stessa fonte dalla quale proviene.

Dunque chi ha tradito ? La resa a discrezione annunciata l’8 settembre è stata voluta dalla Monarchia, dai circoli di corte, dalle correnti plutocratiche della borghesia italiana, da talune forze clericali congiunte per l’occasione a quelle massoniche, dagli Stati Maggiori che non credevano più alla vittoria e facevano capo a Badoglio.

Sino dal Maggio, e precisamente il 15 Maggio, l’ex re nota in un suo diario - venuto recentemente in nostro possesso - che bisogna ormai “sganciarsi” dall’alleanza con la Germania. Ordinatore della resa, senza l’ombra di un dubbio, l’ex re; esecutore Badoglio.

Ma per arrivare all’8 settembre, bisognava effettuare il 25 luglio, cioè realizzare il colpo di Stato e il trapasso di regime.

La giustificazione della resa, e cioè l’impossibilità di più oltre continuare la guerra, veniva smentita quaranta giorni dopo; il 13 ottobre, con la dichiarazione di guerra alla Germania, dichiarazione non soltanto simbolica, perché da allora cominciò una collaborazione - sia pure di retrovie e di lavoro - fra l’Italia badogliana e gli “alleati”; mentre la flotta, costruita tutta dal fascismo, passata al completo al nemico, operava immediatamente con le flotte nemiche.

Non pace, dunque, ma - attraverso la cosiddetta cobelligeranza - prosecuzione della guerra. Non pace, ma il territorio della nazione convertito in un immenso campo di battaglia, il che significa in un immenso campo di rovine. Non pace, ma prevista partecipazione di navi e truppe italiane alla guerra contro il Giappone.

Ne consegue che chi ha subito le conseguenze del tradimento è soprattutto il popolo italiano.

Si può affermare che nei confronti dell’alleato germanico il popolo italiano non ha tradito.

Salvo casi sporadici, i reparti dell’Esercito si sciolsero senza fare alcuna resistenza di fronte all’ordine di disarmo impartito dai comandi tedeschi. Molti reparti dello stesso Esercito dislocati fuori dal territorio metropolitano e della Aviazione si schierarono immediatamente a lato delle forze tedesche - e si tratta di decine di migliaia di uomini; tutte le formazioni della Milizia - meno un battaglione in Corsica - passarono sino all’ultimo uomo coi tedeschi. Il piano cosiddetto P 44 - del quale si parlerà nell’imminente processo dei generali e che prevedeva l’immediato rovesciamento del fronte come il Re e Badoglio avevano preordinato - non trovò alcuna applicazione da parte dei comandanti, e ciò è provato dal processo che nell’Italia di Bonomi viene intentato a un gruppo di generali che agli ordini contenuti in tale piano non obbedirono. Lo stesso fecero i comandanti delle Armate schierate oltre frontiera.

Tuttavia, se tali comandanti evitarono il peggio, cioè l’estrema infamia che sarebbe consistita nell’attaccare a tergo gli alleati di tre anni, la loro condotta dal punto di vista nazionale è stata nefasta: essi dovevano, ascoltando la voce della coscienza e dell’onore, schierarsi armi e bagaglio dalla parte dell’alleato. Avrebbero mantenuto le nostre posizioni territoriali e politiche; la nostra bandiera non sarebbe stata ammainata in terre dove tanto sangue italiano era stato sparso; le Armate avrebbero conservato la loro organica costituzione; si sarebbe evitato l’internamento coatto di centinaia di migliaia di soldati e le loro grandi sofferenze di natura soprattutto morale; non si sarebbe imposto all’alleato un sovraccarico di nuovi, impreveduti compiti militari con conseguenze che influenzavano tutta la condotta strategica della guerra. Queste sono responsabilità specifiche nei confronti, soprattutto, del popolo italiano.

Si deve tuttavia riconoscere che i tradimenti dell’estate 1944 ebbero aspetti ancora più obbrobriosi, poiché romeni, bulgari e finnici, dopo avere anch’essi ignominiosamente capitolato e uno di essi, il bulgaro, senza avere sparato un solo colpo di fucile, hanno nelle ventiquattro ore rovesciato il fronte ed hanno attaccato con tutte le forze mobilitate le Unità tedesche, rendendone difficile e sanguinosa la ritirata.

Qui il tradimento è stato perfezionato nella più ripugnante significazione del termine.

Il popolo italiano è, quindi, quello che - nel confronto - ha tradito in misura minore e sofferto in misura che non esito a dire sovrumana. Non basta.

Bisogna aggiungere che mentre una parte del popolo italiano ha accettato - per incoscienza o stanchezza - la resa, un’altra parte si è immediatamente schierata a fianco della Germania.

Sarà tempo di dire agli italiani, ai camerati tedeschi e ai camerati giapponesi che l’apporto dato dall’Italia repubblicana alla causa comune dal settembre del 1943 in poi - malgrado la temporanea riduzione del territorio della Repubblica - è di gran lunga superiore a quanto comunemente si crede.

Non posso, per evidenti ragioni, scendere a dettagliare le cifre nelle quali si compendia l’apporto complessivo - dal settore economico a quello militare - dato dall’Italia. La nostra collaborazione col Reich in soldati e operai è rappresentata da questo numero: si tratta, alla data del 30 settembre, di ben 786 mila uomini. Tale dato è incontrovertibile perché di fonte germanica. Bisogna aggiungervi gli ex internati militari: cioè parecchie centinaia di migliaia di uomini immessi nel processo produttivo tedesco, e molte altre decine di migliaia di italiani che già erano nel Reich ove andarono negli anni scorsi dall’Italia come liberi lavoratori nelle officine e nei campi.

Davanti a questa documentazione gli italiani che vivono nel territorio della Repubblica Sociale hanno il diritto - finalmente - di alzare la fronte e di esigere che il loro sforzo sia equamente e cameratescamente valutato da tutti i componenti del tripartito.

Sono di ieri le dichiarazioni di Eden sulle perdite che la Gran Bretagna ha subito per difendere la Grecia. Durante tre anni l’Italia ha inflitto colpi severissimi agli inglesi ed ha, a sua volta, sopportato sacrifici imponenti di beni e di sangue.

Non basta.

Nel 1945 la partecipazione dell’Italia alla guerra avrà maggiori sviluppi, attraverso il progressivo rafforzamento delle nostre organizzazioni militari, affidate alla sicura fede e alla provata esperienza di quel prode soldato che risponde al nome del Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani.

Nel periodo tumultuoso di transizione dell’autunno e inverno 1943 sorsero complessi militari più o meno autonomi attorno a uomini che seppero col loro passato e il loro fascino di animatori raccogliere i primi nuclei di combattenti. Ci furono gli arruolamenti a carattere individuale, arruolamenti di battaglioni, di reggimenti, di specialità. Erano i vecchi comandanti che suonavano la diana. E fu ottima iniziativa, soprattutto morale. Ma la guerra moderna impone l’unità. Verso l’unità si cammina.

Oso credere che gli italiani di qualsiasi opinione saranno felici il giorno in cui tutte le Forze Armate della Repubblica saranno raccolte in un solo organismo e ci sarà una sola polizia, l’uno e l’altra con articolazioni secondo le funzioni, entrambe intimamente viventi nel clima e nello spirito del fascismo e della Repubblica, poiché in una guerra come l’attuale che ha assunto un carattere di guerra “politica” la apoliticità è una parola vuota di senso ed in ogni caso superata.

Un conto è la “politica”, cioè la adesione convinta e fanatica alla idea per cui si scende in campo, e un conto è l’attività politica, che il soldato, ligio al suo dovere e alla consegna, non ha nemmeno il tempo di esplicare poiché la sua politica deve essere la preparazione al combattimento e l’esempio ai suoi gregari in ogni evento di pace e di guerra.

Il giorno 15 settembre il Partito Nazionale Fascista diventava il Partito Fascista Repubblicano. Non mancarono allora elementi ammalati di opportunismo o forse in stato di confusione mentale, che si domandarono se non sarebbe stato più furbesco eliminare la parola “Fascismo”, per mettere esclusivamente l’accento sulla parola “Repubblica”. Respinsi allora, come respingerei oggi, questo suggerimento inutile e vile.

Sarebbe stato errore e viltà ammainare la nostra bandiera, consacrata da tanto sangue, e fare passare quasi di contrabbando quelle idee che costituiscono oggi la parola d’ordine nella battaglia dei continenti. Trattandosi di un espediente, ne avrebbe avuto i tratti e ci avrebbe squalificato di fronte agli avversari e soprattutto di fronte a noi stessi

Chiamandoci ancora e sempre fascisti, e consacrandoci alla causa del fascismo come dal 1919 ad oggi abbiamo fatto e continueremo anche domani a fare, abbiamo dopo gli avvenimenti impresso un nuovo indirizzo politico all’azione e nel campo particolarmente politico e in quello sociale.

Veramente più che di un nuovo indirizzo, bisognerebbe con maggiore esattezza dire: ritorno alle posizioni originarie.

E’ documentato nella storia che il fascismo fu sino al 1922 tendenzialmente repubblicano e sono stati illustrati i motivi per cui l’insurrezione del 1922 risparmiò la Monarchia.

Dal punto di vista sociale, il programma del fascismo repubblicano non è che la logica continuazione degli anni splendidi che vanno dalla Carta del Lavoro alla conquista dell’Impero. La natura non fa salti, nemmeno l’economia.

Bisognava porre le basi con le leggi sindacali e gli organismi corporativi per compiere il passo ulteriore della socializzazione. Sin dalla prima seduta del Consiglio dei Ministri del 27 settembre 1943 veniva da me dichiarato che “la Repubblica sarebbe stata unitaria nel campo politico e decentrata in quello amministrativo e che avrebbe avuto un pronunciatissimo contenuto sociale, tale da risolvere la questione sociale almeno nei suoi aspetti più stridenti, tale cioè da stabilire il posto, la funzione, la responsabilità del lavoro in una società nazionale veramente moderna”.

In quella stessa seduta io compii il primo gesto teso a realizzare la più vasta possibile concordia nazionale, annunciando che il Governo escludeva misure di rigore contro gli elementi dell’antifascismo.

Nel mese di ottobre fu da me elaborato e riveduto quello che nella storia politica italiana è il “Manifesto di Verona” che fissava in alcuni punti abbastanza determinati il programma non tanto del partito quanto della Repubblica. Ciò accadeva esattamente il 14 novembre, due mesi dopo la costituzione del Partito Fascista Repubblicano. Il P.F.R., dopo un saluto ai Caduti per la Causa fascista e riaffermando come esigenza suprema la continuazione della lotta a fianco delle Potenze del tripartito e la ricostituzione delle Forze Armate, fissava i suoi diciotto punti programmatici. Vediamo ora ciò che è stato fatto, ciò che non è stato fatto e soprattutto perché non è stato fatto.

Il “Manifesto” cominciava con l’esigere la convocazione della Costituente e ne fissava anche la composizione, in modo che - come si disse - “la Costituente fosse la sintesi di tutti i valori della nazione.

Ora la Costituente non è stata convocata. Questo postulato non è stato fin qui realizzato e si può dire che sarà realizzato soltanto a guerra conclusa. Vi dico con la massima schiettezza che ho trovato superfluo convocare la Costituente quando il territorio della Repubblica, dato lo sviluppo delle operazioni militari, non poteva in alcun modo considerarsi definitivo. Mi sembrava prematuro creare un vero e proprio Stato di diritto nella pienezza di tutti i suoi istituti, quando non c’erano Forze Armate che lo sostenessero. Uno Stato che non dispone di Forze Armate è tutto, fuorchè uno Stato.

Fu detto nel “Manifesto” che nessun cittadino può essere trattenuto oltre i sette giorni senza un ordine dell’Autorità giudiziaria. Ciò non è sempre accaduto. Le ragioni sono da ricercarsi nella pluralità degli organi di polizia nostri e alleati e nella azione dei “fuori legge” che hanno fatto scivolare questi problemi sul piano di guerra civile a base di rappresaglie e di contro-rappresaglie.

Su taluni episodi si è scatenata la speculazione dell’antifascismo, calcando le tinte e facendo le solite generalizzazioni.

Debbo dichiarare nel modo più esplicito che taluni metodi mi ripugnano profondamente anche se episodici. Lo Stato, in quanto tale, non può adottare metodi che lo degradano. Da secoli si parla della legge del taglione. Ebbene, è una legge, non un arbitrio più o meno personale.

Mazzini - l’inflessibile apostolo dell’idea repubblicana - mandò agli albori della Repubblica romana nel 1849 un commissario ad Ancona per insegnare ai giacobini che era lecito combattere i papalini; ma non uccideerli extra-legge, o prelevare - come si direbbe oggi - le argenterie dalle loro case.Chiunque lo faccia, specie se per avventura avesse la tessera del partito, merita doppia condanna.

Nessuna severità è in tal caso eccessiva, se si vuole che il partito - come si legge nel “Manifesto di Verona” - sia veramente “ un ordine di combattenti e di credenti, organismo di assoluta purezza politica, degno di essere il custode dell’idea rivoluzionaria”. Alta personificazione di questo tipo di fascista fu il camerata Resega, che ricordo oggi e ricordiamo tutti con profonda emozione, nel primo anniversario della sua tragica fine dovuta a mano nemica.

Poiché attraverso la costituzione della “Brigate Nere” il partito sta diventando un “ordine di combattenti”, il postulato di Verona ha il carattere di un impegno dogmatico e sacro. Nello stesso articolo 5, stabilendo che per nessun impiego o incarico viene richiesta la tessera del partito, si dava soluzione al problema che chiamerò di collaborazione di altri elementi sul piano della Repubblica. Nel mio telegramma in data 10 marzo XXII ai Capi delle provincie, tale formula veniva ripresa e meglio precisata. Con ciò ogni discussione sul problema della pluralità dei partiti appare del tutto inattuale.

In sede storica - nelle varie forme in cui la Repubblica come istituto politico trova presso i differenti popoli la sua estrinsecazione - vi sono molte Repubbliche di tipo totalitario, quindi con un solo partito. Non citerò la più totalitaria di esse, quella dei Sovieti, ma ne ricorderò una che gode le simpatie dei sommi bonzi del vangelo democratico, la Repubblica turca, che poggia su un solo partito: quello del popolo, e su una sola organizzazione giovanile: quella del “focolari del popolo”.

A una dato momento della evoluzione storica italiana può essere feconda di risultati - accanto al partito unico e cioè responsabile della direzione globale dello stato - la presenza di altri gruppi, che, come dice all’articolo 3 il “Manifesto di Verona”, esercitino il diritto di controllo e di responsabile critica sugli atti della pubblica amministrazione. Gruppi che - partendo dall’accettazione leale, integrale e senza riserve del trinomio “Italia, Repubblica, Socializzazione” - abbiano la responsabilità di esaminare i provvedimenti del Governo e degli enti locali, di controllare i metodi di applicazione dei provvedimenti stessi e le persone che sono investite di cariche pubbliche e che devono rispondere al cittadino, nella sua qualità di soldato-lavoratore contribuente, del loro operato.

L’Assemblea di Verona fissava al n. 8 i suoi postulayi di politica estera. Veniva solennemente dichiarato che il fine essenziale della politica estera della Repubblica è “l’unità, l’indipendenza, l’ntegrità territoriale della Patria nei termini marittimi e alpini segnati dalla natura, dal sacrificio di sangue e dalla storia”.

Quanto all’unità territoriale io mi rifiuto - conoscendo la Sicilia e i fratelli siciliani - di prendere sul serio i cosiddetti conati separatistici di spregevoli mercenari del nemico. Può darsi che questo separatismo abbia un altro motivo: che i fratelli siciliani vogliano separarsi dall’Italia di Bonomi pre ricongiungersi con l’Italia repubblicana.

E’ mia profonda convinzione che - al di là di tutte le lotte e liquidato il criminoso fenomeno dei fuori legge - l’unità morale degli italiani di domani sarà infinitamente più forte di quella di ieri perché cementata da eccezionali sofferenze che non hanno risparmiato una sola famiglia. E quando attraverso l’unità morale l’anima di un popolo è salva, è salva anche la sua integrità territoriale e la sua indipendenza politica.

A questo punto occorre dire una parola sull’Europa e relativo concetto. Non mi attardo a domandarmi che cosa è questa Europa, dove comincia e dove finisce dal punto di vista heografico, storico, morale, economico; ne mi chiedo se, oggi, un tentativo di unificazione abbia migliore successo dei precedenti. Ciò mi porterebbe troppo lontano. Mi limito a dire che la costituzione di una comunità europea è auspicabile e forse anche possibile, ma tengo a dichiarare in forma esplicita che noi non ci sentiamo italiani in quanto europei, ma ci sentiamo europei in quanto italiani. La distinzione non è sottile, ma fondamentale.

Come la nazione è la risultante di milioni di famiglie che hanno una fisionomia propria anche se posseggono il comune denominatore nazionale, così nella comunità europea ogni nazione dovrebbe entrare come una entità ben definita, onde evitare che la comunità stessa naufraghi nell’internazionalismo di marca socialista o vegeti nel generico ed equivoco cosmopolitismo di marca giudaica o massonica.

Mentre taluni punti del programma di Verona sono stati “scavalcati” dalla successione degli eventi militari, realizzazioni più concrete sono state attuate nel campo economico-sociale.

Qui la innovazione ha aspetti radicali. I punti 11 e 12 sono fondamentali. Precisati nella “ Premessa alla nuova struttura economica della nazione” essi hanno trovato nella legge sulla socializzazione la loro pratica applicazione. L’interesse suscitato nel mondo è stato veramente grande e oggi, dovunque, anche nell’Italia dominata e torturata dagli anglo-americani, ogni programma politico contiene il postulato della socializzazione.

Gli operai, dapprima alquanto scettici, ne hanno poi compreso l’importanza. La sua effettiva realizzazione è in corso. Il ritmo di ciò sarebbe stato più rapido in altri tempi. Ma il seme è gettato. Qualunque cosa accada questo seme è destinato a germogliare. E’ il principio che inaugura quello che otto anni or sono, qui a Milano, di fronte a cinquecentomila persone, acclamanti, vaticinai “secolo del lavoro” nel quale il lavoratore esce dalla condizione economico-morale di salariato per assumere quella di produttore, direttamente interessato agli sviluppi dell’economia e al benessere della nazione.

La socializzazione fascista è la soluzione logica e razionale che evita da un lato la burocratizzazione dell’economia attraverso il totalitarismo di Stato, e supera dall’altro l’individualismo dell’economia liberale che fu un efficace strumento di progresso agli esordi dell’economia capitalistica, ma oggi è da considerarsi non più in fase con le nuove esigenze di carattere “sociale” delle comunità nazionali.

Attraverso la socializzazione i migliori elementi tratti dalle categorie lavoratrici faranno le loro prove.

Io sono deciso a proseguire in questa direzione.

Due settori ho affidato alle categorie operaie: quello delle amministrazioni locali e quello alimentare. Tali settori, importanissimi specie nelle circostanze attuali, sono oramai completamente nelle mani degli operai. Essi devono mostrare e spero mostreranno la loro preparazione specifica e la loro coscienza civica.

Come vedete, qualche cosa si è fatto durante questi dodici mesi, in mezzo a difficoltà incredibili e crescenti, dovute alle circostanze obbiettive della guerra e alla opposizione sorda degli elementi venduti al nemico e all’abulia morale che gli avvenimenti hanno provocato in molti strati del popolo.

In questi ultimissimi tempi la situazione è migliorata. Gli attendisti, coloro cioè che aspettavano gli anglo-americani, sono in diminuzione. Ciò che accade nell’Italia di Bonomi li ha delusi. Tutto ciò che gli anglo-americani promisero si è appalesato un miserabile espediente propagandistico.

Credo di essere nel vero se affermo che le popolazioni della Valle del Po, non solo non desiderano, ma deprecano l’arrivo degli anglosassoni, non vogliono saperne di un governo che pur avendo alla vice-presidenza un Togliatti riporterebbe al Nord le forze reazionarie, plutocratiche e dinastiche, queste ultime ormai palesemente protette dall’Inghilterra.

Quanto ridicoli quei repubblicani che non vogliono la Repubblica perché proclamata da Mussolini e potrebbero soggiacere alla Monarchia voluta da Churchill! Il che dimostra in maniera irrefutabile che la Monarchia dei Savoia serve la politica della Gran Bretagna, non quella dell’Italia!

Non c’è dubbio che la caduta di Roma è una data culminante nella storia della guerra. Il generale Alexander stesso ha dichiarato che era necessaria alla vigilia dello sbarco in Francia una vittoria che fosse legata ad un grande nome - e non vi è nome più grande e universale di Roma- che fosse creata, quindi, una incoraggiante atmosfera.

Difatti, gli anglo-americani entrarono in Roma il 5 giugno. All’indomani, 6, i primi reparti “alleati” sbarcarono sulla costa di Normandia, tra i fiumi Vire e Orne. I mesi successivi sono stati veramente duri, su tutti i fronti dove i soldati del Reich erano e sono impegnati.

La Germania ha chiamato in linea tutte le riserve umane, con la mobilitazione totale affidata a Goebbels e con la creazione della Volkssturm. Solo un popolo come il germanico schierato attorno al Fuhrer poteva reggere a tale enorme pressione, solo un esercito come quello nazionalsocialista poteva rapidamente superare la crisi del 20 luglio e continuare a battersi ai quattro punti cardinali con eccezionale tenazia e valore secondo le stesse testimonianze del nemico.

Vi è stato un periodo in cui la conquista di Parigi e Bruxelles, la resa a discrezione della Romania, della Finlandia, della Bulgaria, hanno dato motico a un movimento euforico tale che - secondo corrispondenze giornalistiche - si riteneva che il prossimo Natale la guerra sarebbe stata praticamente finita, con la entrata trionfale degli “alleati” a Berlino.

Nel periodo di tale euforia venivano svalutate e dileggiate le nuove armi tedesche, impropriamente chiamate “segrete”.

Molti hanno creduto che grazie all’impiego di tali armi, a un certo punto - premendo un bottone - la guerra sarebbe finita di colpo: questo miracolismo è ingenuo quando non sia doloso.

Non si tratta di armi segrete, ma di “armi nuove” che - è lapalissiano il dirlo - sono segrete sino a quando non vengono impiegate in combattimento. Che tali armi esistano lo sanno per una oramai lunga ed amara esperienza i Britannici; che le prime armi saranno seguite da altre, lo posso io affermare con cognizione di causa; che siano tali da ristabilire in un primo tempo l’equilibrio e successivamente la ripresa della iniziativa in mani germaniche è nel limite delle umane previsioni quasi sicuro, e anche non lontano.

Niente di più comprensibile delle impazienze, dopo cinque anni di guerra, ma si tratta di ordigni nei quali scienza, tecnica, esperienza, addestramento di singoli e di reparti devono procedere di conserva.

Certo è che la serie delle sorprese non è finita; e che migliaia di scienziati germanici lavorano giorno e notte per aumentare il potenziale bellico della Germania.

Nel frattempo la resistenza tedesca diventa sempre più forte e molte illusioni coltivate dalla propaganda nemica sono cadute.

Nessuna incrinatura nel morale del popolo tedesco, pienamente consapevole che è in gioco la sua esistenza fisica e il suo futuro come razza; nessun accenno di rivolta e nemmeno di agitazione fra i milioni e milioni di lavoratori stranieri, malgrado gli insistenti appelli e proclami del generalissimo americano; e indice eloquentissimo dello spirito della nazione è la percentuale dei volontari dell’ultima leva che raggiunge la quasi totalità della classe. La Germania è in grado di resistere e di determinare il fallimento dei piani nemici.

Minimizzare la perdita di territori, conquistati e tenuti a prezzo di sangue, non è una tattica intelligente, ma lo scopo della guerra non è la conquista o la conservazione dei territori, bensì la distruzione delle forze nemiche, cioè la resa e quindi la cessazione delle ostilità.

Ora le forze armate tedesche non solo non sono distrutte, ma sono in una fase di crescente sviluppo e potenza.

Se si prende in esame la situazione dal punto di vista politico, sono maturati - in questo ultimo periodo del 1944 - eventi e stati d’animo interessanti.

Pur non esagerando, si può osservare che la situazione politica non è oggi favorevole agli “alleati”. Prima di tutto in America, come in Inghilterra, vi sono correnti contrarie alla richiesta di resa a discrezione. La formula di Casablanca significa la morte di milioni di giovani: popoli come il tedesco e il giapponese non si consegneranno mai mani e piedi legati al nemico, il quale non nasconde i suoi piani di totale annientamento dei paesi del tripartito.

Eco perché Churchill ha dovuto sottoporre a doccia fredda i suoi connazionali surriscaldati, a prorogare la fine del conflitto all’estate del 1945 per l’Europa e al 1947 per il Giappone.

Un giorno un ambasciatore sovietico a Roma, Potemkin, mi disse: “La prima guerra mondiale bolscevizzò l’Europa”.

Questa profezia non si avvererà, ma se ciò accadesse, anche questa responsabilità ricadrebbe in primo luogo sulla Gran Bretagna,

Politicamente Albione è già sconfitta. Gli eserciti russi sono sulla Vistola e sul Danubio: cioè a metà dell’Europa. I partiti comunisti, cioè i partiti che agiscono al soldo e secondo gli ordini del Maresciallo Stalin, sono parzialmente al potere nei paesi dell’Occidente.

Che cosa significhi la “liberazione”, nel Belgio, in Italia, in Grecia, lo dicono le cronache odierne. I “liberati” greci che sparano sui “liberatori” inglesi non sono che i comunisti russi che sparano sui conservatori britannici.

Davanti a questo panorama, la politica inglese è corsa ai ripari. In primo luogo, liquidando in maniera drastica e sanguinosa, come ad Atene, i movimenti partigiani, i quali sono l’ala marciante e combattente delle sinistre estreme, cioè del bolscevismo; in secondo luogo appoggiando le forze democratiche, anche accentuate, ma rifuggenti dal totalitarismo che trova la sua eccelsa espressione nella Russia del Sovieti.

Churchill ha inalberato il vessillo anticomunista in termini categorici nel suo ultimo discorso alla Camera dei Comuni, ma questo non può far piacere a Stalin. La Gran Bretagna vuole riservarsi come zona d’influenza della democrazia l’Europa occidentale, che non dovrebbe essere contaminata, in alcun caso, dal comunismo.

Ma questa “fronda” di Churchill non può andare oltre ad un certo segno, altrimenti il grande Maresciallo del Kremlino potrebbe adombrarsi. Churchill voleva che la zona di influenza riservata alla democrazia nell’occidente europeo fosse sussidiata da un patto tra Francia, Inghilterra, Belgio, Olanda, Norvegia, in funzione antitedesca prima, eventualmente in funzione antirussa poi.

Gli accordi Stalin-De Gaulle hanno soffocato nel germe questa idea, che era stata avanzata - su istruzioni di Londra - dal Belga Spaak. Il gioco è fallito e Churchill deve - per dirla all’inglese - mangiarsi il cappello, e - pensando all’entrata dei russi nel Mediterraneo e alla pressione russa dell’Iran - deve domandarsi se la politica di Casablanca non sia stata veramente “per la vecchia e povera Inghilterra “ una politica fallimentare. Premuta dai due colossi militari dell’occidente e dell’oriente, dagli insolenti insaziabili cugini di oltre oceano e dagli inesauribili euroasiatici, la Gran Bretagna vede in gioco e in pericolo il suo avvenire imperiale, cioè il suo destino. Che i rapporti “politici” fra gli “alleati” non siano dei migliori, lo dimostra la faticosa preparazione del nuovo convegno a tre.

Parliamo ora del lontano e vicino Giappone. Più che certo, è dogmatico che l’Impero del Sol Levante non piegherà mai e si batterà sino alla vittoria. In questi ultimi mesi le armi nipponiche sono state coronate da grandi successi. Le unità dello strombazzatissimo sbarco nelle isole Leyte - una delle molte centinaia di isole - che formano l’Arcipelago delle Filippine - sbarco fatto a semplice scopo elettorale - sono, dopo due mesi, quasi al punto di prima.

Che cosa sia la volontà e l’anima del Giappone è dimostrato dai volontari della morte. Non sono decine sono decine di migliaia di giovani che hanno come consegna questa: “Ogni apparecchio una nave nemica”. E lo provano. Davanti a questa sovrumanamente eroica decisione, si comprende l’atteggiamento di taluni circoli americani, che si domandano se non sarebbe stato meglio per gli statunitensi che Roosevelt avesse tenuto fede alla promessa da lui fatta alle madri americane che nessun soldato sarebbe andato a combattere e a morire oltre mare. Egli ha mentito, come è nel costume di tutte le democrazie.

E’ per noi, italiani della Repubblica, motivo di orgoglio avere a fianco come camerati fedeli e comprensivi i soldati, i marinai, gli aviatori del Tenno che con le loro gesta s’impongono all’ammirazione del mondo.

Ora io vi domando: la buona semente degli italiani, degli italiani sani - i migliori - che considerano la morte per la Patria come l’eternità della vita, sarebbe dunque spenta ? Ebbene, nella guerra scorsa non vi fu un aviatore che, non riuscendo ad abbattere con le armi l’aeroplano nemico, vi si precipitò contro, cadendo insieme a lui ? Non ricordate voi questo nome ? Era un umile sergente. Dall’Oro.

Nel 1935, quando l’Inghilterra voleva soffocarci nel nostro mare, e io raccolsi il suo guanto di sfida e feci passare ben quattrocentomila legionari sotto le navi di Sua Maestà Britannica, ancorate nei porti del Mediterraneo, allora si costituirono in Italia, a Roma, le squadriglie della morte. Vi devo dire, per la verità, che il primo della lista era il comandante delle forze aeree. Ebbene, se domani fosse necessario ricostruire queste squadriglie, se fosse necessario mostrare che nelle nostre vene circola ancora il sangue dei legionari di Roma,il mio appello alla Nazione cadrebbe forse nel vuoto?

Noi vogliamo difendere, con le unghie e coi denti, la Valle del Po; noi vogliamo che la Valle del Po resti repubblicana in attesa che tutta l’Italia sia repubblicana.

Il giorno in cui tutta la Valle del Po fosse contaminata dal nemico,il destino della intera nazione sarebbe compromesso; ma io sento, vedo, che domani sorgerebbe una forma di organizzazione irresistibile e armata che renderebbe praticamente la vita impossibile agli invasori. Faremo una sola Atene di tutta la Valle del Po.

Da quanto vi ho detto balza evidente che non solo la coalizione nemica non ha vito, ma non vincerà.

La mostruosa alleanza fra plutocrazia e bolscevismo ha potuto perpetrare la sua guerra barbarica come la esecuzione di un enorme delitto che ha colpito folle di innocenti e distrutto ciò che la civiltà europea aveva creato in venti secoli. Ma non riuscirà ad annientare con la sua tenebra lo spirito eterno che tali monumenti innalzò. La nostra fede assoluta nella vittoria non poggia su motivi di carattere soggettivo o sentimentale, ma su elementi positivi e determinanti. Se dubitassimo della nostra vittoria, dovremmo dubitare della esistenza di Colui che regola, secondo giustizia, le sorti degli uomini.

Quando noi come soldati della Repubblica riprenderemo contatto con gli italiani di oltre Appennino, avremo la grata sorpresa di trovare più fascismo di quanto ne abbiamo lasciato. La delusione, la miseria, l’abiezione politica e morale esplode non solo nella vecchia frase: “Si stava meglio”, con quel che segue; ma nella rivolta che da Palermo, a Catania, a Otranto, a Roma stessa, serpeggia in ogni parte dell’Italia “liberata”.

Il popolo italiano al sud dell’Appennino ha l’animo pieno di cocenti nostalgie. L’oppressione nemica da una parte e la persecuzione bestiale del Governo dall’altra non fanno che dare alimento al movimento del fascismo. L’impresa di cancellarne i simboli esteriori fu facile; quella di sopprimerne la idea, impossibile.

I sei partiti antifascisti si affannano a proclamare che il fascismo è morto perché lo sentono vivo. Milioni di italiani confrontano ieri e oggi; ieri, quando la bandiera della Patria sventolava dalle Alpi all’equatore somalo e l’italiano era uno dei popoli più rispettato della terra.

Non v’è italiano che non senta balzare il cuore nel petto nell’udire un nome africano, il suono di un inno che accompagnò le Legioni dal Mediterraneo al Mar Rosso, o alla vista di un casco coloniale. Sono milioni di italiani che dal 1929 al 1939 hanno vissuto quella che si può definire la epopea della Patria. Questi italiani esistono ancora, soffrono e credono ancora e sono disposti a serrare i ranghi per riprendere a marciare alla riconquista di quanto fu perduto ed è oggi presidiato fra le dune libiche e le ambe etiopiche da migliaia e migliaia di Caduti, il fiore di innumerevoli famiglie iktaliane che non hanno dimenticato, né possono dimenticare.

Già si notano i segni annunciatori della ripresa, qui, soprattutto in questa Milano antesignana e condottiera, che il nemico ha selvaggiamente colpito ma non ha minimamente piegato.

Camerati, cari camerati milanesi!

E’ Milano che deve dare e darà gli uomini, le armi, la volontà e il segnale della riscossa!

 


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Update 15-09-14

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