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Poesie

 


L'Ottocento

 

Ugo Foscolo
Goethe
Novalis
Giovanni Pascoli


 

Novalis

......

Come  grama  e  puerile

mi  si  rivela  la  luce

coi  suoi  corpi  vescicolari ,

come  beato  e  gaudioso

il  dipartire  del  giorno !

Dunque  solo  perchè 

ti  seduce  la  notte  i  fedeli

tu  sparpagli

nelle  immensità  dello spazio

lucidi  globi

che  annunziano  la  tua  onnipotenza

e  il  tuo  ritorno

nell ' ora  della  lontananza .

Più  divine  degli  astri  abbaglianti

sospesi  nei  loro  spazi

si  palesano  le  infinite  pupille

che  in  noi  schiude 

la  notte .

Più  oltre  esse  vedono

che  non  le  stelle   più  pallide

in  quelle  innumerevoli  schiere :

senza  bisogno  di  luce

vedono  traverso  agli  abissi

d ' un ' anima amante

riempirsi  d ' inesprimibile  gaudio

uno  spazio  più  eccelso .

Gloria  alla  regina  del  mondo

sublime  rivelatrice 

d ' un  sacro  universo

e  custode  

del  beato  amore !

Tu  sopraggiungi  diletta -

la  notte  è  qui .

In  estasi  cade  l ' anima .

La  giornata  terrestre  è  compita :

ancora  una  volta  sei mia .

Negli  occhi  profondi  e  cupi  ti  guardo

e  non  vedo  che  amore  e  beatitudine .

Noi  anneghiamo  sull'ara  della  notte ,

giaciglio  mollissimo .

L 'involucro  cade

ed  accesa  dal  caldo  amplesso

sboccia  la  fiamma perfetta 

del  soave  olocausto .

(traduzione  di  R. Poggioli)

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Johann Wolfgang Goethe

 

O  sorella  dell 'astro  fulgente

 

O  sorella  dell 'astro  fulgente ,

tenerezza  ravvolta  in  cordoglio ,

una  nebbia  sottile  d ' argento

nuota  al  vago  tuo  viso  d ' intorno .

Il  tuo  passo  leggero  ridesta ,

da  recessi  di  tenebre  fonde ,

l ' alme  tristi , divise  dal  mondo :

me , e  gli  uccelli  notturni  con  me .

 

Indagante  il  tuo  sguardo  disvaria ,

lungo  e  largo , per  ampia  distesa :

a  te  accanto  sollevami  in  aria ;

al  fantastico  appresta  tal  bene !

E , cullandomi in  pieno  godere ,

oh , ch 'io  veda  fra  i  vetri  e  i  cancelli ,

la  stanzetta  ove  trepida  quella

che  il  mio  cuore  tutto  empie  di  sé !

(traduzione  B. Croce)

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Giovanni Pascoli

 

L'Anello

Nella mano sua benedicente
l'anello brillava lontano.
Egli alzò quella mano, morente:
di caldo s'empì quella mano..

O mio padre, di sangue! L'anello
lo tenne sul cuore mia madre...
O mia madre! Poi l'ebbe il fratello
mio grande... o mio piccolo padre!

Nel suo gracile dito il tesoro
raggiò di benedizïone.
Una macchia avea preso quell'oro,
di ruggine, presso il castone...

O mio padre, di sangue! Una sera,
la macchia volevi lavare,
o fratello? Che pianto fu! T'era
caduto l'anello nel mare.

E nel mare è rimasto; nel fondo
del mare che grave sospira;
una stella dal cielo profondo
nel mare profondo lo mira.

Quella macchia! S'adopra a lavarla
il mare infinito; ma in vano.
E la stella che vede, ne parla
al cielo infinito; ah! In vano.



Commiato

Una stella sbocciò nell'aria.
Le risplendé nelle pupille.
Su la campagna solitaria
tremava il pianto delle squille.
- E` ora, o figlio, ora ch'io vada.
Sono stata con te lunghe ore.
Tra questi bussi è la mia strada;
la tua, tra quelle acacie in fiore.
Sii buono e forte, o figlio mio:
va dove t'aspettano. Addio!
... Venir con te? Ma non è dato!
Sai pure: m'han cacciata via.
Ci fu chi non mi volle allato
nel mondo, così larga via;
chi non permise che, sia pure,
stessi con le mie creature.
... Tu venir qui? Viene chi muore...
E tu vuoi dunque venir qui.
Sei stanco: è vero? Hai male al cuore.
Quel male l'ebbi anch'io, Zvanî!
E` un male che non fa dormire;
ma che alfine poi fa morire. -
Si chiudevano i casolari.
Cresceva l'ombra delle cose.
Ancor tra i lontani filari
traspariva color di rose.
- Ma dimmi, o madre, dimmi almeno,
se nel tramonto del suo giorno
tuo figlio si deve sereno
preparare per un ritorno!
se ciò che qualcuno ci prende,
v'è qualch'altro che ce lo rende!
Ricorderò quella preghiera
con quei gesti e segni soavi;
tuo figlio risarà qual era
allora che glieli insegnavi:
s'abbraccerà tutto all'altare:
ma fa che ritorni a sperare!
A sperare e ora e nell'ora
così bella se a te conduce!
O madre, fa ch'io creda ancora
in ciò ch'è amore, in ciò ch'è luce!
O madre, a me non dire, Addio,
se di là è, se teco è Dio! -
Sfioriva il crepuscolo stanco.
Cadeva dal cielo rugiada.
Non c'era avanti me, che il bianco
della silenziosa strada.

 

 

L'aquilone

C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi d'antico: io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole.
Son nate nella selva del convento
dei cappuccini, tra le morte foglie
che al ceppo delle quercie agita il vento.
Si respira una dolce aria che scioglie
le dure zolle, e visita le chiese
di campagna, ch'erbose hanno le soglie:
un'aria d'altro luogo e d'altro mese
e d'altra vita: un'aria celestina
che regga molte bianche ali sospese...
sì, gli aquiloni! È questa una mattina
che non c'è scuola. Siamo usciti a schiera
tra le siepi di rovo e d'albaspina.
Le siepi erano brulle, irte; ma c'era
d'autunno ancora qualche mazzo rosso
di bacche, e qualche fior di primavera
bianco; e sui rami nudi il pettirosso
saltava, e la lucertola il capino
mostrava tra le foglie aspre del fosso.
Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino
ventoso: ognuno manda da una balza
la sua cometa per il ciel turchino.
Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,
risale, prende il vento; ecco pian piano
tra un lungo dei fanciulli urlo s'inalza.
S'inalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo
esile, e vada a rifiorir lontano.
S'inalza; e i piedi trepidi e l'anelo
petto del bimbo e l'avida pupilla
e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.
Più su, più su: già come un punto brilla
lassù, lassù... Ma ecco una ventata
di sbieco, ecco uno strillo alto... - Chi strilla?
Sono le voci della camerata mia:
le conosco tutte all'improvviso,
una dolce, una acuta, una velata...
A uno a uno tutti vi ravviso,
o miei compagni! E te, sì, che abbandoni
su l'omero il pallor muto del viso.
Sì: dissi sopra te l'orazioni,
e piansi: eppur, felice te che al vento
non vedesti cader che gli aquiloni!
Tu eri tutto bianco, io mi rammento:
solo avevi del rosso nei ginocchi,
per quel nostro pregar sul pavimento.
Oh! te felice che chiudesti gli occhi
persuaso, stringendoti sul cuore
il più caro dei tuoi cari balocchi!
Oh! dolcemente, so ben io, si muore
la sua stringendo fanciullezza al petto,
come i candidi suoi pètali un fiore
ancora in boccia! O morto giovinetto,
anch'io presto verrò sotto le zolle
là dove dormi placido e soletto...
Meglio venirci ansante, roseo, molle
di sudor, come dopo una gioconda
corsa di gara per salire un colle!
Meglio venirci con la testa bionda,
che poi che fredda giacque sul guanciale,
ti pettinò co' bei capelli a onda tua madre...
adagio, per non farti male.


Canzone d'aprile

Fantasma tu giungi,
tu parti mistero.
Venisti, o di lungi?
Ché lega già il pero,
fiorisce il cotogno
laggiù.
Di cincie e fringuelli
risuona la ripa.
Sei tu tra gli ornelli,
sei tu tra la stipa?
Ombra! Anima! Sogno!
Sei tu...?
Ogni anno a te grido
con palpito nuovo.
Tu giungi: sorrido;
tu parti: mi trovo
due lagrime amare
di più.
Quest'anno... oh! Quest'anno,
la gioia vien teco:
già l'odo, o m'inganno,
quell'eco dell'eco;
già t'odo cantare
Cu... cu.


Pervinca

So perché sempre ad un pensier di cielo
misterïoso il tuo pensier s'avvinca,
sì come stelo tu confondi a stelo,
vinca pervinca;
io ti coglieva sotto i vecchi tronchi
nella foresta d'un convento oscura,
o presso l'arche, tra vilucchi e bronchi,
lungo la mura.
Solo tra l'arche errava un cappuccino;
pareva spettro da quell'arche uscito,
bianco la barba e gli occhi d'un turchino
vuoto, infinito;
come il tuo fiore: e io credea vedere
occhi di cielo, dallo sguardo fiso,
più d'anacoreti, allo svoltar, tra nere
ombre, improvviso;
e il bosco alzava, al palpito del vento,
una confusa e morta salmodia,
mentre squillava, grave, dal convento
l'avemaria.


Rosa di macchia

Rosa di macchia, che dall'irta rama
ridi non vista a quella montanina,
che stornellando passa e che ti chiama
rosa canina;
se sottil mano i fiori tuoi non coglie,
non ti dolere della tua fortuna:
le invidïate rose centofoglie
colgano a una
a una: al freddo sibilar del vento
che l'arse foglie a una a una stacca,
irto il rosaio dondolerà lento
senza una bacca;
ma tu di bacche brillerai nel lutto
del grigio inverno; al rifiorir dell'anno
i fiori nuovi a qualche vizzo frutto
sorrideranno:
e te, col tempo, stupirà cresciuta
quella che all'alba svolta già leggiera
col suo stornello, e risalirà muta,
forse, una sera.



L'imbrunire

Cielo e Terra dicono qualcosa
l'uno all'altro nella dolce sera.
Una stella nell'aria di rosa,
un lumino nell'oscurità.
I Terreni parlano ai Celesti,
quando, o Terra, ridiventi nera;
quando sembra che l'ora s'arresti,
nell'attesa di ciò che sarà.
Tre pianeti su l'azzurro gorgo,
tre finestre lungo il fiume oscuro;
sette case nel tacito borgo,
sette Pleiadi un poco più su.
Case nere: bianche gallinelle!
Case sparse: Sirio, Algol, Arturo!
Una stella od un gruppo di stelle
per ogni uomo o per ogni tribù.
Quelle case sono ognuna un mondo
con la fiamma dentro, che traspare;
e c'è dentro un tumulto giocondo
che non s'ode a due passi di là.
E tra i mondi, come un grigio velo,
erra il fumo d'ogni focolare.
La Via Lattea s'esala nel cielo,
per la tremola serenità.


Novembre

Gemmea l’aria, il sole così chiaro,
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro,
senti nel cuore…
Ma secco è il pruno, e le stecchite piante,
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto è il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.
Silenzio, intorno: solo, alle venate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l’estate,
fredda, dei morti


L'assiuolo

Dov'era la luna? ché il cielo
notava in un'alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi: chiù . . .
Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com'eco d'un grido che fu.
Sonava lontano il singulto: chiù . . .
Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d'argento
(tintinni a invisibili porte che forse non s'aprono più? . . .);
e c'era quel pianto di morte. . .
chiù . . .


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Ugo Foscolo
 

Da All' Amica risanata
 

Qual  dagli  antri  marini

l ' astro  più  caro  a  Venere

co ' rugiadosi  crini

fra  le  fuggenti  tenebre

appare , e  il  suo  viaggio

orna  col  lume  dell ' eterno  raggio ,

sorgon  così  tue  dive

membra  dall ' egro  talamo

e  in  te  beltà  rivive ,

l 'aurea  beltade  ond 'ebbero

ristoro  unico  a' mali

le  nate  a  vaneggiar  menti  mortali .

Fiorir  sul  caro  viso

veggo  la  rosa , tornano

i  grandi  occhi  al  sorriso

insidiano ; e vegliano

per  te  in  novelli  pianti

trepide  madri , e  sospettose  amanti .

 


up





Update 11-08-12

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